Posto sul lato a mare del nuovo asse stradale, il palazzo si delineò in un primo tempo come ampliamento e ricomposizione volumetrica della domus magna, edificio che i Balbi possedevano da diverse generazioni prima del tracciamento della via.

Dopo una prima serie di interventi di ampliamento realizzati alla fine del Cinquecento da Gio. Francesco Balbi, l’edificio venne riorganizzato sulle preesistenti strutture per volere di Stefano Balbi, che nel 1614, durante le fasi di costruzione dell’asse stradale e dei palazzi, presentò e fece approvare ai Padri del Comune il progetto per un nuovo prospetto sulla strada e la generale riorganizzazione dei volumi in pianta e in alzato.

Quando gli impegni finanziari portarono Stefano lontano da Genova, gli interventi progettati furono realizzati nel 1649 per volontà di Francesco Maria Balbi: la dimora venne così ascritta nel Rollo del 1664 e inserita nel primo bussolo, segno del grande prestigio raggiunto.

Alla fine degli anni settanta del Settecento la proprietà passò ai Cattaneo della Volta, famiglia in grande ascesa all’interno della nobiltà genovese: fu in questa fase che l’architetto camerale Gregorio Petondi nel 1776 venne incaricato di progettare l’accesso al palazzo direttamente dalla Strada e di ridecorare interni ed esterni secondo il nuovo gusto settecentesco.

Alla fine degli anni trenta del Novecento l’immobile fu acquistato dalla compagnia assicuratrice Levante. In seguito ai danni bellici, la compagnia incaricò l’arch. Luigi Carlo Daneri di portare a termine un vasto progetto di restauro che, tra il 1947 ed il 1949, ricucì le lacune prodotte dai bombardamenti e ricostruì per analogia quanto distrutto irrimediabilmente.

Nel 2001 l’UniversitĂ  degli Studi di Genova ha acquisito la proprietĂ  del palazzo, oggi sede di uffici e aule della Scuola di Scienze Umanistiche (Dipartimenti DIRAAS e DAFIST).

La quadreria del salone al piano nobile. Nel salone al piano nobile (oggi Aula Magna della Scuola) è conservata la quadreria che i Cattaneo pensarono per la propria dimora: i ritratti di tre dogi della famiglia e di una dama con la figlia sono stati recentemente restaurati e ricollocati nella loro posizione originaria, dopo un’assenza durata dodici anni in seguito ad un furto avvenuto nel marzo del 1997.

Ritratto del Doge Giovanni Battista Cattaneo della Volta. Attribuito nel 1947 al Mulinaretto in occasione della “Mostra della pittura del Seicento e del Settecento in Liguria”, fu in realtà eseguito da Gio.Enrico Vaymer e presenta Giovanni Battista Cattaneo, doge nel biennio 1691/93, ritratto durante la cerimonia di elezione, vestito del robbone in velluto rosso e affiancato dai simboli del potere. Giovanni Battista, soprannominato “il Supremo”, ricoprì svariati incarichi ai vertici della Repubblica e giunse al dogato quando aveva da poco compiuto i cinquant’anni, età minima necessaria per essere eletto.

Ritratto di dama di casa Cattaneo con la figlia.Altra opera di Gio. Enrico Vaymer precedentemente attribuita al Mulinaretto, ritrae una dama Cattaneo, in passato identificata in Maddalena Gentile, moglie di Giovanni Battista (del cui ritratto si ipotizzò fosse un pendant), con la figlia: tuttavia, il tema del dipinto ed il fatto che i due coniugi ebbero solo tre figlie femmine, tutte monache nel 1691, hanno fatto propendere la critica per identificare la gentildonna in una dama, sempre della famiglia, ma diversa da Maddalena. Il brano paesaggistico sullo sfondo è probabilmente opera di Carlo Antonio Tavella.

Ritratto del Doge Nicolò Cattaneo della Volta. Opera di un pittore genovese eseguita sul modello del ritratto paterno (dal quale differisce nell’ambientazione architettonica e nello sfondato paesaggistico) ritrae Nicolò, figlio di Giovanni Battista e Maddalena Gentile, doge nel biennio 1736/38.

Ritratto del Doge Cesare Cattaneo della Volta. E’ il ritratto del fratello di Nicolò, doge dal 1748 al 1750, eseguito da Pellegro Parodi, pittore figlio di Domenico, cui lo stile rinvia. La qualità inferiore rispetto ad altri ritratti dello stesso autore (es. quello di Nicolò Spinola, conservato presso la Galleria Nazionale di Palazzo Spinola) fa pensare ad aiuti di bottega.

Sono inoltre presenti nella sala una tela rappresentante una Scena biblica, opera di Giovanni Andrea De Ferrari e, nella saletta attigua, una Flagellazione di Cristo dipinta da Giovanni Domenico Cappellino.